Hugo Cabret: la dichiarazione d'amore di Scorsese al cinema

Il mio leap year day, cioè il 29 febbraio di questo - dicono - funesto 2012, l'ho trascorso in maniera tranquilla e la sera mi sono concesso un cinemino. Il mio obiettivo era The Artist, ma sono arrivato tardi e i posti erano esauriti, così ho optato per l'altro premiato agli Oscar, Hugo Cabret.

Il film è bello, toccante, con la sontuosa scenografia di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (giustamente premiati), ed è grandemente tenuto in piedi dagli occhi azzurri del piccolo Asa Butterfield, espressivo e disinvolto. Il 3D è ben fatto e ti fa apprezzare ancora di più i colori e la scenografia.

Veniamo alla storia. Il film è una appassionata dichiarazione d'amore di Martin Scorsese al cinema, ma lo si capisce solo dopo i primi 45 minuti, giacché la prima parte sembra voler nascondere qualcosa di più... fantastico e misterioso. Non che il cinema non sia, di per sé, una fucina di sogni e misteri, ma ti aspetti qualcosa che non accade mai. Ecco, insomma la mia impressione è proprio questa: il film è bello, il nucleo della trama è profondo, forse meno scontato di quello che nella mia ignoranza cinematografica mi sarei aspettato (sono un tolkeniano, se sbuca un drago da un armadio mi fa piacere...), però ho avuto per tutto il film la sensazione che sarebbe sbucata la magia da un momento all'altro. E alla fine la magia è spuntata, ma non quella che mi aspettavo io, quanto piuttosto la magia del cinema, quello degli esordi, dove bastava gettare fumo davanti alla macchina da presa per creare gli inferi o trascinare un drago di cartapesta per impressionare il pubblico.
Forse c'è da imparare da questo film, perché in fin dei conti non è solo quello che si racconta che ha importanza, ma come lo si fa. E Martin Scorses sa come farlo.