La mia immaginazione cancella il cemento

Sembra strano il titolo di questo post, ma capirete subito che cosa voglio dire.
Questa mattina, facendo la solita strada per andare in ufficio, mi sono soffermato a guardare il paesaggio attorno, più di quanto non abbia mai fatto in genere. Il mio itinerario, infatti, raggiunge ad un certo punto un luogo che appare abbastanza ameno rispetto a quello che è l'usuale paesaggio cittadino di una metropoli come Roma. Sbucando da via Casalotti sull'ultimo tratto di viale Colli Portuensi, infatti, la mia piccola auto attraversa la valletta solcata da viale Newton e che precede l'infame cavalcavia della Magliana (per via del traffico che lo soffoca). Ebbene, sui crinali delle colline che la circondano, precisamente qualche metro dopo il bivio con via del Trullo, si vedono ancora vecchie case coloniche, mentre giù in valle piccoli orti e campi. Ciò che la mia immaginazione fa è di annullare tutto quel che c'è al di là di quelle colline, ovvero l'orribile colata di cemento che  continua, metro quadro dopo metro quadro, a distruggere una delle più belle città al mondo. Sì, la mia immaginazione abbatte quelle case, quei condomini squadrati, quelle strade senza anima e mi immerge in quel piccolo orto strappato (ma temo ancora per poco) ai palazzinari.
La stesso meccanismo lo applico ai miei romanzi: ciò che vedo passa attraverso la mia immaginazione e si trasforma, diventa più bello o più brutto, o più cupo, o più solare e colorato.
Però è strano: raramente la mia immaginazione tira su palazzi. Il più delle volte li butta giù...