I luoghi di forza: Erculaneum, Pompei, Neapolis




Ancora un prezioso stralcio da Napoli Esoterica di Mario Buonoconto.

<<Nell’età classica e pre-classica il sacerdote-rabdomante, con l’ausilio della forcella, ricavata dalla biforcazione di un albero sacro, cercava a lungo il «luogo delle forze» e solo quando, attraverso la piccola verga biforcuta, avvertiva le vibrazioni magnetiche del suolo indicava il posto preciso sul quale erigere l’ara o il tempio. Oggi sappiamo – perché abbiamo gli strumenti adatti a misurarlo -  che in alcune parti della Terra si sommano, più che in altre zone, delle componenti magnetiche naturali – dovute alla composizione delle rocce e del terreno – che permettono l’avverarsi di alcuni fenomeni particolari normalmente attribuiti alla volontà divina. E gli antichi sapienti, gli «iniziati», sapevano riconoscere dal diverso colore e sviluppo della vegetazione, o dalla assoluta mancanza della stessa, dalla diversa disposizione delle pietre, dalla presenza di una particolare temperatura della roccia, quei particolari «luogo delle forze» sui quali si sarebbe potuto operare per ottenere il «fenomeno magico».

Il «Sacello degli Augustali» di Ercolano, ad esempio – una struttura del tutto insolita che mostra un sacello sacro in una sede di potere politico – presenta una fortissima concentrazione di queste «forze» che permetteva – ed ancora permette – quel fenomeno di levitazione. Ne ho raccolto la testimonianza da un vecchio custode degli scavi che ricordava un esperimento di «levitazione» felicemente riuscito ad opera di un gruppo di studiosi di esoterismo al quale egli stesso era stato invitato per vietare, per la durata del tempo necessario all’esperimento, l’ingresso alla struttura ai normali visitatori che si aggiravano nei pressi ignari e sereni.

Ercolano, come la meno aristocratica, dionisiaca Pompei, fu sede dei grandi conoscenze «esoteriche» che ebbero il centro iniziatico in Neapolis ad opera degli Alessandrini, comunità egiziana religioso-mercantile, con una propria entità urbana -  vera e propria città nella città – nel cuore stesso di Partenope. Questa comunità egizio-greco-napoletana rappresenta ancora oggi – tramandatoci da papiri e testi più tardi, alto-medievali -  una inquietante e circostanziata testimonianza di quei «poteri» (mai più raggiunti in altre epoche) che gli antichi Egiziani possedevano. A tutti è noto il «mistero» delle piramidi che ancora oggi, dopo millenni, rivelano sempre nuove, affascinanti conoscenze che solo la scienza attuale, con l’ausilio dei più sofisticati strumenti d’analisi, può in parte rivelare. Eppure da sempre tutto era scritto. Nella «Tavola Smeraldina» di Ermete Trismegisto che nel Rinascimento affascinò gli umanisti e dette al mondo il termine: ermetico. Tutto era già scritto nei papiri dei Libri dei Morti che pure sono «esposti» in tanti musei.

Era scritto, naturalmente, per chi ha «occhi per leggere». Quella chiave di lettura concessa soltanto agli «iniziati» della casta sacerdotale, al faraone-Ra, il dio-Sole. Mosè, che fu iniziato ai «misteri» perché allevato come principe di sangue, ebbe quella suprema «conoscenza» che gli permetterà, poi, di combattere ad armi pari con il faraone e il gran sacerdote e portare in salvo il suo «popolo eletto» tramandando per «iniziazione» quella possente «conoscenza esoterica» che farà del popolo ebreo «il primo» per spessore di conoscenza misterioso fica. Troviamo tutto questo a Napoli, in quella parte della città che diverrà poi il «Sedile del Nilo» (per deformazione popolare: Nido) chiamato dalla metà del Settecento «’o Cuorpo ‘e Napule» in riferimento alla bella statua del fiume-dio ancora interrata fino al Quattrocento. Riportata alla luce, fu prima ritenuta donna perché acefala e mollemente sdraiata fra vivaci puttini (gli affluenti del Nilo «umanizzati») poi – identificata – venne restaurata nel 1657 con l’aggiunta della testa barbuta classicheggiante che ancora si può vedere (mentre l’originale doveva presentare il classico copricapo egiziano di stoffa a strisce con bande laterali simmetriche) in quello che fu vicus Alexandrinus col vicino tempio di Iside (l’Isis che lascerà testimonianza – secondo una colta intuizione del Galante – nel toponimo «Bisi» che designerà per secoli, fino al 1850, quella zona di Napoli.>>