Napoli, Il bugnato del Gesù Nuovo: un'interpretazione alchemica



Trattando di esoterismo e data la mia "napoletanità", non posso che fare riferimento al patrimonio magico di Napoli. Mi sembra ovvio parlare di argomenti a me così vicini, di una città di cui sento palpitare il cuore segreto e occulto. Con questa parola non voglio riferirmi a qualcosa di negativo, ma a tutte quelle tradizioni, riti e leggende che sono sopravvissute sotto la superficie moderna e cattolica di questa metropoli. Già. Ho accostato questi due aggettivi perché ad una prima occhiata, Napoli vive le trasformazioni della società come tutte le altre città d’Italia e del mondo, (anche se più lentamente) e quindi può definirsi moderna; cattolica perché, sempre ad uno sguardo distratto, i suoi cittadini parrebbero essere fedeli ad una religiosità squisitamente in linea con i dettami del cattolicesimo. Non è così, in entrambi i casi.
Napoli è moderna sì, ma molto legata al suo passato, alla sua eredità. È una città che (per fortuna, direi) continua ad avere un occhio rivolto ad epoche antiche e, talvolta, gloriose. Questo carattere, potremmo dire vintage, emerge con prepotenza nel rapporto con la religione. Non esiste praticamente rito religioso a Napoli che non risenta, ancora oggi nel Terzo Millennio, del passato pre-cristiano della città. Nessun parroco, vescovo o cardinale è mai riuscito a scardinare le antiche pratiche e credenze di un popolo in costante dialogo con anime di defunti, spiritelli e santi maghi. E chi ha provato a rivoltarsi contro il sangue magico di Napoli, ha dovuto pagare, talvolta, un prezzo alto.
È ciò che è accaduto ad una famiglia nobile partenopea, i Sanseverino (da non confondere con i De Sangro di Sansevero), e al palazzo un tempo di loro proprietà e che oggi è la Chiesa del Gesù Nuovo.

LA MALEDIZIONE DEI SANSEVERINO

Nella centralissima piazza del Gesù Nuovo, si trova la chiesa omonima (chiamata così per distinguerla dall’altro tempio della Compagnia di Gesù sito nella zona universitaria, poche centinaia di metri più avanti). Originariamente, questa chiesa era il palazzo di famiglia dei Sanseverino. Ultimato nel 1470, fu opera di Novello da San Lucano e dei maestri «tagliapietre» napoletani che vi profusero la loro conoscenza nel lavorare un materiale duro come il piperno. A ciò si aggiunga che gli stessi scalpellini, membri di quelle confraternite di «costruttori ermetici» che operavano a Napoli nel tardo Medioevo e primo Rinascimento, hanno lasciato alcuni segni misteriosi sulle bugne della facciata del Palazzo. Queste ultime sono delle piccole piramidi aggettanti, con la punta rivolta verso l’osservatore, che erano molto diffuse nelle costruzioni della fine del Medioevo e dell’inizio del Rinascimento.
La particolarità delle bugne del Palazzo Sanseverino è data appunto dai segni presenti sulle facciate: 


Di cosa si tratta? Vediamo prima di tutto in breve la storia «laica» del Palazzo.

\ 1470: la dimora – voluta da Roberto Sanseverino, principe di Salerno – viene ultimata. Passerà quindi al figlio di Roberto, Antonello, che subirà a seguito di contrasti con la corte una prima confisca dei beni. Sarà quindi costretto a fuggire da Napoli.
\ 1470-1568: perdonato dal re di Spagna il figlio di Antonello, Roberto, inaugurò la stagione di quelle «accademie» che furono il vanto del Palazzo. Ospite, tra gli altri, fu Pietro l’Aretino. Ferrante e Isabella Sanseverino ebbero come segretario, Bernardo Tasso (padre di Torquato). Ma l'occulta maledizione che gravava sugli occupanti della dimora coinvolse anche Don Ferrante in una seconda, e definitiva, confisca che lo costrinse all’esilio ad Avigliano. I suoi beni, messi in vendita, portarono all’acquisto del palazzo e dei giardini, operato dalla Compagnia di Gesù.
\ 1584: i Gesuiti entrano in possesso del Palazzo e subito incaricano due confratelli architetti, padre Giuseppe Valeriano e padre Pietro Provedi di ristrutturare l’intero edificio. Il Palazzo fu totalmente trasformato (ad eccezione del bugnato…)  e la nuova chiesa venne consacrata nel 1601. Ma ciò non placò l’antico maleficio che colpiva i proprietari della dimora.
\  1767: i Gesuiti sono espulsi dal regno e la chiesa affidata ai Francescani.
\ 1821: i Gesuiti fanno definitivamente ritorno e da allora sembra che il cattivo genio del Palazzo Sanseverino si sia placato.

Cosa celano in realtà quei segni tracciati sulle piccole piramidi che compongono la facciata del Palazzo? C’è da dire che le gilde di tagliapietre, scalpellini e muratori avevano dei segni distintivi per riconoscere il proprio lavoro. Ossia ogni gruppo di operai al termine della giornata sapeva perfettamente quali erano le pietre o le porzioni di muro lavorate, poiché avevano apposto su ogni blocco un loro segno distintivo. Non si tratta di una novità medievale o rinascimentale. Anche i romani ricorrevano a questo sistema per sapere sempre la quantità di lavoro svolto. La motivazione era semplicemente economica. Gli operai venivano, infatti, pagati in base al lavoro portato a termine. Si tratta dunque di una pratica diffusa e che non ha nulla di misterioso.
Per quanto riguarda il Palazzo Sanseverino, il discorso è leggermente diverso. Tra i segni lasciati dai maestri pipernieri, infatti, ne figurano alcuni che sono inequivocabilmente simboli alchemici. Secondo Mario Buonoconto «nel Rinascimento esistevano a Napoli alcuni Maste ‘e prete (maestri della pietra) che sapevano “caricare” di energia positiva la pietra. […] Bisogna ritornare con la memoria all’operatore-rabdomante che conosceva i “luoghi di forza” dove la pietra emanava particolari vibrazioni cosmiche (magnetiche) e che si poteva ritenere già “trattata” dalla natura. Ecco come, in effetti, si procuravano la pietra trattata i misteriosi tagliapietre: sfruttando le conoscenze iniziatico-esoteriche tramandate dagli antichi costruttori da migliaia di anni. Questo ci riporta alle pietre segnate del Palazzo Sanseverino: formula negativa che aveva voluto il proprietario [...] per tenere fuori le energie malefiche convogliate dalla punta delle bugne verso l’esterno e che si erano rivoltate verso l’interno perché impropriamente disposte?
Bisogna ricordare che gli studiosi dell’occulto hanno sempre messo in guardia sulla manipolazione dei simboli e dei segni magici perché lo stesso segno, se mal posizionato, può invertire le potenzialità e colpire l’operatore al posto della vittima (gli occultisti della Germania nazista avevano scongiurato Hitler di non rovesciare il simbolo benefico della svastica, simbolo antichissimo del fuoco-vita, perché avrebbe creato un anti-simbolo di fuoco-morte. Ma l’ostinata follia di quell’adepto dell’antichissimo rito germanico di Thule non volle ascoltarli. Morirà bruciato – per la sua stessa volontà – in una Berlino in fiamme)».

(Mario BUONOCONTO, Napoli esoterica, Newton & Compton, Roma 1996. Cit. pp. 52-53).

Cosa dire a conclusione di questa lunga e quanto mai chiarificatrice citazione del Buonoconto? C’è un fondo di verità in tutta questa vicenda? Forse che qualche nemico dei Sanseverino comprò il silenzio dei lapicidi affinché invertissero l’ordine di questo schema simbolico, sì da ottenere l’effetto negativo? Non lo sapremo mai, possiamo solo aggiungere alcune immagini che riportano i simboli alchemici usati dallo Scheele, la tavola dei simboli alchemico-astrologici, nonché lo schema completo dei segni lasciati sul bugnato dell’attuale Chiesa del Gesù Nuovo. La somiglianza è fin troppo evidente.