'O Munaciello


Affrontiamo in questo post una storia esoterica tutta napoletana, quella del Munaciello, il fraticello che s’insinua di notte nelle case partenopee più antiche.

Come sempre mi succede, però, quando cerco di mettere mano a storie misteriose o curiose della mia città, trovo davanti a me l’enorme mole del Professore Buonoconto che, con la sua Napoli Esoterica, ha scritto un capitolo importante della storia segreta della città della sirena. Non posso far altro, allora, che «copiare e incollare» il paragrafo che il Professore dedica alla figura del Munaciello, sperando che, dall’Oriente Eterno, il Fratello Buonoconto gradisca la citazione e non mi compaia davanti stanotte – magari sotto forma di Munaciello – per tirami le orecchie!

‘O Munaciello
(tratto da Mario Buonoconto, Napoli Esoterica, Tascabili Economici Newton, Roma 1996)

"Il personaggio esoterico più noto e temuto-amato dal popolo napoletano resta «’o Munaciello», sorta di spiritello bizzarro che si comporta sempre in modo imprevedibile e sul quale sono sorte infinite leggende metropolitane e detti popolari. È così vasta la testimonianza che riguarda questa simpatica «entità» che non vi è posto per nessun dubbio sulle sue «manifestazioni», che spesso sono oggetto di vivaci discussioni – da «basso» a «basso» – su come «onorare» questo spiritello che si mostra in forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi. Scalzo, scheletrico, lascia delle monete sul luogo delle sua apparizione come se volesse ripagare le persone, in genere fanciulle procaci ed allegre, dello spavento provato o di incofessate (dalle fanciulle) confidenze «palpatorie» che ama a volte concedersi. Secondo una radicata tradizione «’o Munaciello» era il soprannome dato ad un trovatello – molto malato – effettivamente vissuto in un imprecisato periodo tra il primo ed il secondo Rinascimento, morto in giovane età, e noto per la sua dolce vivacità nonostante una debilitante malattia, a sua volta non ben definita. Gli occultisti pensano che questa versione se la sia inventata il popolo, arricchendola via via di caratteristiche «bonarie», per non accettare le teoria – più esotericamente giusta – di una presenza «demoniaca» (spesso le forze del Maligno prendono l’aspetto di un frate per meglio ingannare le vittime) che tenterebbe ogni volta, con piccoli e grandi doni, di «comprarsi» un’anima. Ma si ha contezza di cospicui ritrovamenti di danaro e di situazioni divenute di colpo favorevoli, attribuiti al Munaciello, che non hanno necessariamente comportato la prevista «crusca» rendendo molto commestibile e nutriente questa «farina del Diavolo»! E allora? Allora il popolino, ancora e nonostante tutto, si augura, con un tantino di sacro timore, la «visita» del lascivo e dispettoso Munaciello, atteso spesso inutilmente tutta una vita”.

Questa è la versione della leggenda nelle parole di Mario Buonoconto. Lui credeva nell’anima esoterica di Napoli, in quel lato oscuro e suadente della città della sirena.

Rischiando di far adirare l’anima del Professore, rischio un’altra interpretazione della figura del Munaciello; un’interpretazione socio-antropologica sposata dagli studiosi meno propensi a credere al soprannaturale.

Bisogna sapere, infatti, che nel sottosuolo di Napoli vi è praticamente un’altra città. Una città fatta di cunicoli, gallerie, antiche cisterne greco-romane, rifugi anti-aerei, passaggi segreti e quant’altro. Le cisterne menzionate servivano, fino all’epoca moderna, per raccogliere l’acqua dai pozzi pubblici ma anche da quelli privati, o condominiali. Naturalmente queste gallerie e cisterne avevano bisogno di manutenzione e così esisteva un «corpo» specializzato di operai addetti a questo lavoro «umido»: i pozzari.

Si trattava per lo più di ragazzi o comunque uomini esili ed atletici, giacché non era facile scendere nelle viscere della terra, attraverso stretti cunicoli, per ripulire le cisterne e i pozzi. Questi pozzari usavano indossare una sorta di impermeabile con cappuccio, simile ad un lungo saio, per proteggersi dall’umidità. Si aggiravano spesso di notte con lanterne, il che rendeva il loro aspetto piuttosto lugubre. Questo loro lavoro, inoltre, li rendeva particolarmente esperti della rete di cunicoli e gallerie che corre sotto Napoli; li rendeva, quindi, esperti della dislocazione delle dimore appartenenti alle famiglie più facoltose della città. Grazie a tale conoscenza «esoterica» della topografia partenopea, i pozzari potevano agilmente entrare, attraverso i pozzi, nei palazzi dei ricchi per arrotondare il loro guadagno con qualche furtarello. Poteva capitare, però, di essere sorpresi dai padroni di casa, nel cuore della notte, ed essere costretti a lasciare la refurtiva. Gli ignari proprietari della casa si ritrovavano così, in regalo, qualche gioiello lasciato cadere dal…Munaciello.

Dov’è la verità? Da parte mia sospendo il giudizio per due motivi: il primo è la mia propensione a non credere che tutto quanto vedono i miei occhi sia, necessariamente, la verità; il secondo è il mio spirito d’indagine antropologica, che cerca di risalire ad una eventuale realtà storica nello studio di fiabe e leggende.

Così spero che il Professore Buonoconto mi perdoni!